di Zygmunt Bauman*
dal sito ” Golem l’indispensabile”, 30/04/2010
Prospettive utili. Proponiamo ai lettori l’intervento che Zygmunt Baumann ha svolto alla Seconda Conferenza Nazionale sull’Immigrazione (25 e 26 settembre 2009) promossa dal Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno e dall’Associazione dei Comuni Italiani (ANCI) e curata nei contenuti da Nomisma, Osservatorio Migrazioni Economia Società.
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Il problema è che, tutto a un tratto, vediamo folle di persone straniere che girano per le nostre città. Questo è il contesto nel quale ci dovremmo porre la domanda infantile: perché?
In realtà, rispetto a questo, la domanda non è infantile; occorre infatti tenere in considerazione che non ci chiediamo perché quando siamo esposti a cose molto familiari, cose abituali, cose che conosciamo a memoria e che ci aspettiamo che accadano, cose che non ci creano problemi e che consideriamo naturali. Per un bambino tutto è molto naturale, tutto è nuovo, tutto è privo di quel passato che si è sedimentato nella mente per renderci pronti a qualsiasi cosa accada. Ma in questo caso, nel caso della presenza di stranieri nelle nostre città, ci troviamo nelle condizioni dei bambini, perché è qualcosa di nuovo, è qualcosa che non è mai accaduto in passato. E questa è una questione importante. Qualsiasi cosa vi apprestiate a dire nella vostra Conferenza sul problema dell’immigrazione e su che cosa fare al riguardo, si deve tenere conto di questa nuova realtà e la realtà è questa presenza di enormi quantità di stranieri attorno a noi.
Ma perché allora è un problema? Perché, come dicono gli inglesi, gli stranieri sono un pericolo. Perché gli stranieri sono un pericolo? Perché rappresentano un elemento sconosciuto in una situazione conosciuta. Lo straniero è per definizione colui rispetto al quale non sappiamo come si comporterà, non sappiamo come dovremo reagire a quello che farà, non riusciamo a capire bene le intenzioni di questa persona, quindi ci ritroviamo in una condizione di incertezza. Lo straniero ci proietta in una condizione di incertezza. Ovviamente, l’incertezza non fa felice nessuno, di fatto non si sa che cosa accadrà, non si riesce a controllare una situazione, non controlliamo la nostra situazione. Vorrei aggiungere che non è un problema nuovo in assoluto. È nuovo solo per noi europei, perché la globalizzazione è iniziata solo con la modernità, quindi i nostri antenati, siano italiani, polacchi, inglesi, francesi, hanno fatto la globalizzazione, sono emigrati dall’Italia, a decine di migliaia sono emigrati in Nord America, in America Latina, dove hanno creato una nuova vita e la prosperità per l’America Latina e l’America Settentrionale, e questo in gran parte è dovuto al loro contributo. Ora ci troviamo nella situazione opposta, siamo dall’altra parte, dalla parte di coloro che ricevono l’immigrazione, cioè sono gli altri che vengono da noi, a trovare un posto, a Napoli, a Milano, a Roma, luoghi dai quali le persone partivano, luoghi in cui non abbiamo mai accolto gli altri: è per questo che è un problema nuovo per noi.
La modernità ha sempre prodotto, fin dall’inizio, ridondanza di persone, persone alle quali non si riesce a dare una sistemazione in un luogo preciso, persone per le quali non c’è posto nell’economia e nell’ordine sociale, e così via. Ci sono due industrie molto grandi, industrie moderne, che producono ridondanza di persone.
Una di queste industrie che producono eccedenza di persone è il mantenimento dell’ordine. Noi moderni vogliamo mettere le cose in ordine, vogliamo che le cose siano prevedibili e controllabili, ma qualsiasi sia l’idea di un buon ordine o di un ordine perfetto, comunque ci sono delle persone che, per così dire, non rientrano nello schema e che quindi diventano ridondanti; non si vogliono comportare come tu vorresti che si comportassero, perché hanno abitudini diverse, diverse tradizioni, diverse preferenze, diversi valori, o appartengono alle loro religioni, e questo offenderebbe il loro credo e la loro fede, o magari appartengono a uno schieramento politico, che agisce contro l’ideale dell’ordine che tu vuoi instaurare; quindi, mantenere l’ordine produce sempre erbacce in un giardino ben curato, erbe cattive che non vogliamo, che devono essere estirpate.
La seconda industria moderna che produce eccedenza di persone è quella che chiamiamo progresso economico. Attraverso il progresso economico, noi impariamo a fare le stesse cose che facevamo prima spendendo meno, con meno risorse umane, con meno sforzi, quindi qualcuno, qualche sforzo, qualcosa del passato, qualche tipo professione o una serie di professioni, finiscono per essere ridondanti. Questa è la seconda fonte che produce ridondanza di persone. Persone in sovrannumero. Persone che non si riescono a inserire a forza nel genere di società che preferiamo costruire.
L’Europa è diventata moderna prima che diventassero moderne altre parti del mondo. I nostri antenati hanno avuto il lusso, hanno avuto questa specificità, questo privilegio, di essere moderni in un mondo pre-moderno. E, quindi, i nostri antenati che andarono all’estero hanno avuto la possibilità di emigrare, c’erano vasti territori vuoti dove poter iniziare una vita nuova. Allora quei pochi che sono venuti in Germania, in Francia, in Italia, in Inghilterra, nel diciannovesimo secolo, coloro che non riuscivano ad inserirsi nel sistema ma che si potevano, per così dire, esportare facilmente all’esterno, erano quello che chiamiamo oggetto di assimilazione. Ricordatevi che nel diciannovesimo secolo, in modo particolare, ma anche nel ventesimo secolo, nella nostra parte del mondo era il periodo della costruzione delle nazioni e, nell’ambito della costruzione delle nazioni, si volevano trasformare le comunità locali, i dialetti locali, la memoria locale, le abitudini locali, i calendari locali in un’unica e unificata entità nazionale. Se gli stranieri arrivavano, questo era un fattore di disturbo temporaneo, perché si sperava che tutte le differenze di dialetti, provenienza, memoria, calendario, fossero temporanee e, con il dovuto impegno, si sarebbero annullate, si sarebbero unificate in un’unica e singola nazione, all’interno di un unico territorio. Un’idea che si è potuta attuare semplicemente perché il fenomeno degli stranieri nella nostra parte del mondo, in Europa, è stato un fenomeno marginale: piccole minoranze fra grandi maggioranze di popolazioni locali. Adesso la situazione è diversa, perché abbiamo creato imperi all’esterno e abbiamo risolto, per così dire, i problemi prodotti localmente, di eccedenza di persone, facendoli emigrare. Abbiamo trovato soluzioni globali a problemi prodotti localmente. Questo è accaduto in passato ma è valido oggi, perché quello a cui assistiamo oggi è qualcosa che definirei una migrazione di ritorno, dall’impero ai loro paesi di origine. Abbiamo detto che gli italiani sono andati in Libia e ora i libici vogliono venire in Italia, ma è un’altra storia; era diverso andare dall’Italia verso la Libia rispetto a quello che sta succedendo ora tra la Libia e l’Italia, perché i libici non sono accompagnati da un esercito, come accadde agli italiani, o dalle società commerciali, come accadde agli italiani; i libici non ambiscono a influenzare le tendenze in Italia, sono preparati a rimanere per sempre una minoranza.
E questo io lo chiamo fenomeno di migrazione della diaspora, nel senso che vengono per creare una diaspora, mantengono le loro differenze pur vivendo qui, e questo significa che il vecchio modo di gestione delle differenze degli stranieri, basato su un processo di assimilazione “diventa come noi, diventa come me, perdi le tue differenze, nega la tua identità”, non funziona più. Il problema di fronte al quale ci troviamo e che i nostri nonni, i nostri antenati, non hanno mai dovuto affrontare, è quello di imparare l’arte di vivere permanentemente con chi è diverso; questa, all’improvviso, per noi diventa una questione di vita quotidiana.
Non si può andare avanti usando semplicemente i vecchi sistemi consolidati di trattare il problema della presenza permanente degli stranieri. Se vi ricordate – come sicuramente vi ricorderete – Habermas e il suo concetto di comunicazione non distorta, secondo lui era la condizione secondo la quale noi possiamo giungere in maniera pacifica al consenso. Consenso significa il sussulto dopo quella che è stata l’uniformità della superata modernità, l’uniformità secondo cui tutti pensano allo stesso modo, tutti credono le stesse cose e così via; ecco invece che la comunicazione, per Habermas, ha senso appunto se arriva in definitiva allo sviluppo del consenso. Allora io vi suggerirei che in questi tempi, laddove sussistano queste diaspore permanenti che vivono insieme, che collaborano, che interagiscono, che coesistono fianco a fianco, che partecipano alle stesse attività, che contribuiscono agli stessi metodi, nei nostri tempi, la comunicazione dovrebbe essere organizzata, compresa, definita come qualcosa che porta alla comprensione, non al consenso.
Io non credo che il consenso verrà mai raggiunto in un mondo composto da diaspore. Ci sono 180 diaspore nella sola Londra, con lingue e abitudini diverse, culture e credi religiosi diversi: come si può arrivare al consenso? È impensabile, ma ciò che è necessario è la comprensione. La comprensione – secondo Ludwig Wittgenstein, comprendere significa sapere come andare avanti, come comportarsi -, tutto qua, non c’è niente di strano nella comprensione, è semplicemente questo. Quando io vedo uno straniero che mi rivolge la parola, oppure lui si comporta in un certo modo piuttosto che in un altro, e io so come rispondere e quindi lo capisco, in questo caso, raggiungo la comprensione; questa è la nuova arte da imparare.
Noi una volta pensavamo di riuscire a liquidare il problema della mentalità diversa dello straniero sperando che mandandolo a scuola, obbligandolo ad usare la nostra lingua e così via, lui avrebbe smesso di essere diverso; ma quello che dobbiamo fare oggi è acquisire l’arte della comunicazione tra stranieri senza che loro smettano di essere degli stranieri, senza che loro rinuncino alle loro differenze; noi vogliamo preservare le nostre identità, ma anche loro vogliono preservare le loro identità.
Ci troviamo in una situazione dove esistono tante parti in causa diverse e ciascuna vuole preservare la propria identità; quindi, l’unica vera soluzione è semplicemente quella di imparare a capirci reciprocamente, capire quelle che sono le intenzioni, le preferenze, i bisogni degli altri, e cercare quindi di sviluppare quello che io chiamo modus vivendi. Giuseppe Laterza ha pubblicato un mio piccolo libro con questo titolo, modus vivendi.
Vivere insieme, in primo luogo, nonostante le nostre differenze; le differenze ci sono, sono destinate a rimanere, ma comunque possiamo comunicare, capirci reciprocamente, possiamo co-operare nonostante queste differenze. Ma a un secondo livello, a un livello più elevato, non dovremmo farlo nonostante queste differenze, ma grazie alle nostre differenze, perché un mondo differenziato, ricco di risorse, è anche un mondo molto creativo. Io lo posso dire, perché ero nella parte ospitante della migrazione, sono stato esposto a un mondo nuovo, so quanto è stimolante doversi confrontare con queste nuove realtà; è una sfida.
Ma devi chiederti perché, perché stai facendo quello che stai facendo? È fonte di ispirazione e penso che queste differenze siano uno stimolo positivo per lo sviluppo della creatività. In linea teorica, in una condizione di completa uniformità, quando tutti dicono la stessa cosa, sentono la stessa cosa, pensano nello stesso modo, non c’è spazio per il cambiamento o per la novità, non c’è spazio per la creatività. Quindi, il livello più elevato è proprio il livello dello sviluppo dell’arte di vivere insieme grazie alla ricchezza potenziale che deriva dal confronto tra culture diverse.
Il primo livello è quello che definirei dello sviluppo della tolleranza, quando ci limitiamo a capirci l’un l’altro nonostante le nostre diversità. Siamo tolleranti, ma siamo diversi, rimaniamo diversi, io posso ovviamente accettare questa cosa, ma non posso farci nulla, non ho niente a che fare con te.
Il livello successivo è quello della solidarietà, quindi il passaggio dalla tolleranza alla solidarietà. Solidarietà significa che tu benefici dalle mie differenze e io beneficio dalle tue, e quindi insieme siamo più ricchi che se fossimo da soli. È un obiettivo molto difficile da raggiungere, dal momento che siamo partiti col dire che gli stranieri sono un pericolo e siamo sempre un po’ incerti, in loro presenza. Stiamo molto meglio quando siamo circondati da persone che ci sono famigliari, è meglio per noi, perché sappiamo che intenzioni hanno, ma è anche meno entusiasmante, alla lunga, meno interessante; può diventare anche noioso vivere l’esperienza di queste comunità protette, recintate, che peraltro esistono in tante città, perché le persone che se lo possono permettere vogliono isolarsi dal bailamme delle strade della città. Loro sicuramente si sentono più sicuri, ma anche molto più annoiati, perché sicuramente quando passeggi nelle strade affollate delle città provi due sentimenti contrastanti al tempo stesso: da un lato questa, chiamiamola, “mixofobia”, la paura di avere attorno tutta questa gente estranea, che cosa mi faranno, potrebbero essere nemici potenziali oppure amici potenziali, non lo sai. E, dall’altro lato, c’è invece questa “mixofilia”. Ti piace mescolarti agli altri perché è un territorio di potenziali avventure, uno spazio nuovo, che non si conosce e quindi è interessante, affascinante. Questa è la situazione attuale, sicuramente cambierà con il tempo.
Le cose potrebbero cambiare grazie ai bambini. Siamo partiti parlando dei bambini e torniamo ai bambini: sin dall’inizio delle loro vite – diversamente da noi – nascono già insieme agli stranieri, vanno a scuola insieme agli stranieri, sanno che c’è gente diversa da loro e questo è un dato di fatto; ma già dai primi anni della loro vita imparano questa difficile arte di essere amici, colleghi, sanno che sono destinati a essere colleghi di gente diversa per un’infinità di aspetti, ma uguale per altri. È una questione molto complessa e che richiede molto tempo. Sarebbe stupido supporre che questa soluzione sia raggiungibile facilmente e in tempi brevi, in modo indolore, senza compromessi, senza reticenze, senza sentimenti ostili reciproci, ma penso che le grandi città come Milano, Roma, Napoli, che si sentono ora meno sicure di un tempo per la presenza di tanti stranieri, penso che queste città siano anche dei laboratori, dove a partire dalla scuola elementare iniziamo ad apprendere l’arte di vivere felicemente in compagnia di persone diverse da noi e siamo in parte felici di ciò, anche perché ci offrono tantissimi stimoli interessanti.
Gli atti della conferenza sul sito di Nomisma.
*Zygmunt Bauman, Professore ordinario di Sociologia Università di Leeds è fra i maggiori studiosi in Europa e dei fenomeni legati alla globalizzazione e alla convivenza. Fra i suoi numerosi saggi Cultura come prassi (1973), Modernità e Olocausto (1992), Società sotto assedio (2002), Vita liquida (2006), Modus vivendi (2007), Consumo dunque sono (2008).
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