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Il gerundio e il cappello.
ex voto marinaro
Rossella Vita
( dal sito Golem l’Indispensabile, 05/06/09)

Provo da tempo un enorme disagio di fronte al paese reale. So che è un disagio condiviso, che si esprime quasi ogni giorno nelle analisi di illustri commentatori, sotto un fuoco di fila di “novità” di cui era difficile immaginare la portata. Qualcuno sceglie il registro serio, altri il grottesco, francamente superato oltre ogni misura dalla materia delle cronache. Il disagio nasce dal senso di enorme impotenza, una impotenza che non riguarda più soltanto il« che fare», ma persino il «che dire». Vediamo con chiarezza, ma non abbiamo strumenti di azione, e anche la parola appare drammaticamente come un’arma spuntata. La deriva triviale e “scostumata”– il termine per il momento è sfuggito al lessico imbarazzante di queste settimane che comprende il “piccante” del premier, l’“illibata” di papà Letizia, lessico rispolverato dalla commedia all’italiana più kitsch quasi a tingere di qualche sfumatura pop un quadro di raro squallore – si è sovrapposta a una agenda caratterizzata dall’emergenza democratica quotidiana*. Non ci manca la conoscenza di quello che sta avvenendo né di quello che l’Italia sta diventando.
Ecco, il gerundio. È un gerundio perpetuo, infinito, che dura nelle pagine della nostra stampa migliore almeno dal 2001 (Genova 2001); un gerundio segnato da innumerevoli tacche, che hanno portato il paese a essere quello che è. Se qualcuno può continuare a usare il gerundio è perché non si sente del tutto toccato dall’offensiva o perché non può sentirsi ancora abbastanza vicino a chi invece, per conto suo, al fondo relativo è già arrivato – tendendo presente che non c’è limite al peggio…
Così chi è “caduto” – sia un giovane picchiato a Bolzaneto, sia la fidanzata di un muratore caduto da una impalcatura, sia la madre di un ragazzino autistico che ha perso l’insegnante di sostegno, sia un 50enne che perde il lavoro, ma vorrei dire anche io cittadina che mi sento insultata da un manipolo di ministri e di ministre impresentabili che fanno a pezzi decenni di storia e di lavoro – si sente isolato: perché non trova chi parli non solo “di” lui, ma “con” lui.
(E penso quasi ogni giorno a chi non ha votato nelle scorse elezioni; si chieda con onestà: davvero erano tutti uguali? Davvero è lo stesso delegare questo o quello? Anche questa semplificazione mi sembra figlia di un impoverimento mentale, e il non vedere le differenze una miopia imperdonabile.)
“Libero” di qualche giorno fa dava dello snob all’Europa e ai benpensanti, generosi dall’alto dei palazzi del centro e ben lontani dai cittadini delle periferie che si devono risolvere i problemi con le contraddizioni di una immigrazione massiccia. Non sarà elegante, ma trovo che avesse ragione: il gerundio finisce quando i guai arrivano su ciascuno in prima persona. Qualche mese fa sono andata a rileggermi un saggio di Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui, tanto per cercare qualche risposta utile. Mi ha colpito trovare anche nella sua analisi sempre lucida l’idea dell’«aria che tira» in determinati contesti. Che mi pare una immagine pericolosa, che benché descrivesse in quelle pagine l’effettiva prevalenza di determinate forze tutte politiche e tutte umane su altre, facilmente si trasforma in una immagine antistorica, che toglie agli individui la loro responsabilità in nome di un non meglio identificato “spirito del tempo”.
Altri due aspetti ho ritrovato del sentire attuale nel contesto da lei descritto (la Germania degli anni Trenta). Primo: l’importanza, nei tempi bui, delle relazioni umane, della rete degli affetti, delle amicizie dei contatti possibili fra “simili”, diciamo pure delle affinità che ti fanno sentire come possibile il futuro. L’altro: la reazione e la responsabilità di chi si tira fuori, quel che fu chiamata“emigrazione interiore”, un ritirarsi di cui sento tutto il significato, che era insieme difesa e offesa, fuga ma anche resistenza mentale ad un deterioramento collettivo. Ad alto rischio di collusione, ma per certi temperamenti forse, unica possibilità e direi persino reazione alla impossibilità di esprimere un dissenso sensato. Perché quando la situazione diventa tragica ma grottesca anche il dissenso fatica a trovare forme adatte e utili.
Il paese esprime un disperato bisogno di umanità, giustizia, lealtà, equità, di rispetto. Il paese ha bisogno di politica. E infatti da vicino, le azioni di gruppi e di reti sono numerosissime. Università, scuola, sindacato; i medici che rifiutano di venir meno al proprio codice deontologico, le associazioni di base che difendono luoghi di aggregazione e servizi sociali, le associazione dei migranti che cercano i sentieri della cittadinanza, i gruppi di cittadini che si organizzano per una nuova etica dei consumi o del territorio. C’è una vasta opposizione diffusa che non riesce a diventare un coro, che non riesce a esprimersi istituzionalmente in una opposizione politica complessiva. Perché?
Io esigo da coloro ai quali andrà il mio voto che facciano il loro mestiere, che comprende non levarmi la speranza di un cambiamento- perché altrimenti viene meno anche la loro esistenza.Come potrebbero fare? Per esempio raccontando quello che già migliaia di persone stanno già facendo: si può fare. In questo momento assurdo e impossibile chi non si prende la responsabilità di coordinare e diffondere la notizia di quello che già accade nel paese ha un’enome responsabilità. In un certo senso non mi interessa cosa pensa Franceschini o Ferrero o Vendola o Francescato , mi interessa di chi si fa portatore, a chi vuol dare voce, di chi si prende carico, e dove e quando va a dichiararlo. Cominciare da qui sarebbe anche un modo di ricominciare a dare alla parola la dignità e la funzione che le spetta nel discorso pubblico; e mi pare che le conseguenze dello sgretolamento di questo rapporto siano sotto gli occhi di tutti.
L’opposizione nel paese non fa il suo lavoro perché non si mette al servizio di chi si prende la briga di contrastare «l’aria che tira», di chi difende la democrazia sottraendo tempo e risorse alla propria vita “privata”– perché nel frattempo le mamme che protestano e occupano i provveditorati devono anche lavorare e stare con i loro bambini… Una volta si accusavano i partiti di “mettere il cappello”sulle iniziative della società civile, ma ora non fanno più nemmeno questo! mettetecelo il cappello, abbiate il coraggio di dire: io su questa battaglia di civiltà ci metto il mio impegno, anche se non l’ho cominciata io.

Questo scollamento è vero al punto che la campagna elettorale della provincia di Milano non è in grado di esprimere un contenuto reale: «Vinceremo, eccome!» (SIC! ECCOME?! parola chiave della campagna della campagna…) Oppure la «Provincia e oltre», oppure «Vota la persona» mostrando di non poter esprimere un contenuto articolato neppure nella debole ma non insignificante occasione dei manifesti elettorali…
Ora vedo un sito del promosso del partito democratico, Italia Nascosta e sembra rispondere idealmente a quello di cui parlo. Anche in questa condivisibile operazione sembra però che la comunicazione sia un’arte arcana di cui l’Italia democratica con inspiegabile ingenuità non conosce i fondamenti. Quell’Italia non è nascosta affatto, ma è grande parte dell’Italia reale che ha bisogno semmai di una classe politica che si metta al suo servizio – e non viceversa, che la rappresenti con intelligenza e onestà.
Per me questo è fare cultura politica.
E persino l’unità delle opposizioni che oggi sembra veramente lontanissima troverebbe una propria possibilità, se davvero di mettesse “a servizio” dell’esistente.

Bisognerà prendere il coraggio di fare le dichiarazioni di cui sopra nelle piazze e per le strade, e possibilmente anche dopo le elezioni – a proposito l’ultimo intervento nel sito La nuova stagione che porta la sua faccia e tutto l’entusiastico inizio del PD e nel quale non ci sono segni di dismissioni (almeno del sito) l’ultimo intervento di Walter Veltroni è del gennaio 2008…

*tanto per fare un piccolissimo elenco che suoni da promemoria… penso all’accordo firmato senza la CGIL che fra l’altro consente la contrattazione economica nelle piccole aziende sotto il minimo sindacale (SIC!); la messa in discussione della responsabilità delle imprese nel disegno di legge sulla sicurezza sul lavoro; alle nomine rai e alla concentrazione informativa; alle mistificazioni e smantellamento degli investimenti su scuola e università; al respingimento puro e semplice dei barconi e la contravvenzione delle più elementari (e millenarie) regole di comportamento in mare – e in terra; alla sfida istituzionale quotidiana; all’impunità; all’insulto abituale alla stampa, alla magistratura, a tutti coloro che esprimono un dissenso; per non parlare della inaudita mistificazione sulle pari opportunità e sulla “politica” delle donne, argomento di cui non si finirebbe mai di parlare…

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