Le “nuove italiane”

Letizia Mencarini

Letizia Mencarini

Pubblichiamo un interessantissimo saggio tratto dalla rivista online ” Golem l’indispensabile” nel quale l’autrice, la Prof. Letizia Mencarini (docente di Demografia alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Unito) analizza il fenomeno dell’immigrazione femminile nelle cifre, ma sopratutto nell’aspetto qualitativo del lavoro. Un fenomeno di portata fondamentale per il futuro del nostro Paese.

«Quando le donne stanno bene, tutto il mondo sta meglio»
Amartya Sen (premio Nobel per l’Economia)

Riassunto
In tutto il mondo, la mobilità geografica vede sempre più come protagoniste le donne, non solo mogli e madri, ma anche studentesse e di lavoratrici. Anche in Italia, negli ultimi anni, c’è stata una chiara tendenza alla femminilizzazione dei flussi di immigrati, e la presenza di donne straniere è sempre più cospicua e in aumento. Sono spesso queste donne che sostituiscono quelle italiane nei loro tradizionali compiti di cura di bambini e anziani (cfr. Giuliana Chiaretti sempre su Golem).
Da dove vengono e chi sono? I dati correnti svelano una realtà di straniere che immigrano da sole o in coppia, prevalentemente giovani e in età attiva, protagoniste di unioni – a volte miste – e di nascite (tanto che un bambino su dieci che nasce in Italia ha entrambi i genitori stranieri), ma che si scontrano con problemi economici, di integrazione e di salute.
Inoltre, se nel complesso la componente femminile è pari alla metà degli stranieri presenti in Italia, in realtà, per alcune nazionalità, gli squilibri a favore degli uomini e delle donne sono spesso molto forti, specchio dei diversi modelli migratori. La chiave di lettura di genere risulta, quindi, essenziale per leggere la variegata realtà del fenomeno dell’ immigrazione.

1. Immigrate

Quante e da dove

Negli ultimi quaranta anni, in tutto il mondo – ma con l’eccezione della regione araba, dove le norme socio-culturali continuano a limitare la mobilità femminile – ad emigrare sono tanto gli uomini che le donne, in numero pressoché uguale (UNPFA, 2006).
In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, sono regolarmente presenti oltre un milione e ottocento mila donne straniere, pari quasi alla metà degli immigrati (49,9%; Caritas/ Migrantes, 2007). Nel grafico 1 sono indicate le prime dieci nazionalità di provenienza delle donne immigrate. Le aree di provenienza delle immigrate sono soprattutto l’Europa dell’ Est, il lontano oriente e l’America Latina. Le più numerose sono le rumene (quasi trecentomila), seguite da Ucraine e Albanesi (oltre cento cinquantamila). Sotto le centomila presenze, le donne cinesi, filippine, moldave e polacche. Di poco sotto le cinquantamila presenze, le peruviane e le ecuadoregne.

Dalla piramide delle età (figura 2), si vede che per il complesso della popolazione straniera la struttura per sesso appare abbastanza bilanciata. In realtà è il risultato di squilibri a favore degli uomini o delle donne, anche molto ampi, per alcune nazionalità.
Nella figura 3 è riportato il numero dei maschi presenti ogni 100 femmine per le varie aree di provenienza della popolazione straniera in Italia. Le donne sono prevalenti per le nazionalità est-europee (oltre il 90% di estoni; oltre l’80% di lettoni, lituane, ucraine, russe, bielorusse e ceche; oltre il 60% di moldave), tra alcune nazionalità latinoamericane (oltre l’80% di cubane; oltre il 70% di dominicane e brasiliane; oltre il 60% di ecuadoregne e peruviane), tra alcune nazionalità asiatiche (quasi 90% di tailandesi e oltre il 60% di filippine), oltre che tra i gruppi dei paesi più sviluppati (Nord America e Europa) e alcune aree dell’Africa (oltre 70% Capoverde e Madagascar, intorno al 60% Etiopia, Kenya e Nigeria).

Abbastanza equilibrata per sesso la numerosa comunità rumena (con una debole prevalenza femminile – il 53%) e quella cinese (con una debole prevalenza maschile – il 53%).
La componente maschile risulta, invece, nettamente preponderante tra gli immigrati dal Maghreb e dall’Africa sub- Sahariana (dal grafico 3 si nota il record di oltre 450 maschi senegalesi ogni 100 connazionali di sesso femminile, ma anche Egitto, Tunisia, Marocco hanno valori intorno ai 2 maschi ogni femmina) e dal subcontinente indiano (tra i pakistani e bengalesi in particolare ci sono oltre 2 maschi in media per ogni donna).
La composizione di genere risulta, quindi, una caratteristica imprescindibile nello studio e nella comprensione della presenza straniera in Italia e dei processi migratori secondo la provenienza.

Evoluzione e modelli migratori diversi
Nel tempo, in tutte le comunità immigrate nel nostro paese, gli squilibri fra sessi si sono ridotti (GCD-SIS 2007) per processi di stabilizzazione che si sono realizzati attraverso l’arrivo dei familiari, nuove unioni e nascita di figli. Solo quindici anni fa le donne superavano appena il 40%. Nello stesso periodo, la tendenza ad un più equilibrato tra i sessi è stata accompagnata anche da un’accresciuta proporzione di coniugati fra gli stranieri (passata da circa il 40 al 54%) e da un aumento della quota di permessi di soggiorno concessi per motivi familiari (dal 14 a quasi il 30%).

Questa evoluzione è lo specchio dei processi di radicamento, ma il permanere dello squilibrio per genere in alcune comunità testimonia il permanere di modelli migratori molto diversi per nazionalità. Se, come detto in precedenza, dalle aree nordafricane e medio-orientali – e comunque anche da altri paesi dove lo status delle donne è arretrato e subordinato – la mobilità femminile – soprattutto quella autonoma, per motivi di studio o di lavoro – è molto ristretta da norme sociale di ineguaglianza di genere, in altri casi, come per le filippine e le peruviane, sono state proprio le donne ad avere funzione di apripista per l’arrivo e l’inserimento di familiari maschi (GCD-SIS, 2007).

Anche l’età e lo stato civile sono caratteristiche molto diverse tra vari gruppi. Si va all’incirca da un’immigrata nubile su dieci donne tra le egiziane e le tunisine, ad oltre il 60% per le peruviane ed ecuadoregne, dove, infatti, le donne sono le protagoniste principali del processo migratorio e l’immigrazione per motivi di lavoro è prevalente (Istat, 2007). Diverso, e caratterizzato invece per un’età media piuttosto elevata, superiore ai 40 anni, il caso della recente immigrazione di donne ucraine, che emigrano da sole e per motivi lavorativi, ma che di solito lasciano nel loro paese d’ origine la propria famiglia, o che comunque precedentemente sono di solito state coniugate e hanno avuto figli.
immigrate1Figura 1: Donne straniere presenti in Italia – primi 10 paesi d’origine (elaborazione da dati Caritas/Migrantes 2007)

immigrate2Figura 2: Piramide della popolazione residente straniera (al 1 gennaio 2006; ISTAT 2007)

immigrate3Figura 3: Numero di maschi ogni 100 femmine per gli stranieri residenti, secondo le principali aree di provenienza (elaborazione da dati Caritas/Migrantes 2007)

2. Lavoratrici

Domanda in crescita e “catena globale dell’assistenza”

L’idea della donna immigrata è stata per lungo tempo associata – e spesso a torto anche in passato –a quella del ricongiungimento familiare. Sebbene molto importante, la motivazione del ricongiungimento familiare non raggiunge, in Italia, neanche la metà dei casi di concessione di permesso di soggiorno nello scorso anno. La presenza di donne che immigrano per motivi di lavoro, in maniera indipendente è ormai una realtà in tutta Europa e anche nel nostro paese. Sono oltre il 50% le donne che emigrano da sole. Del resto questo corrisponde ad una notevole domanda, e sempre in crescita, di lavoratrici femminili. Il settore di maggiore impiego è quello della cura delle persone, che siano bambini, anziani o malati. La scarsità di politiche e di disponibilità di servizi di assistenza e sorveglianza ha reso essenziale per molte famiglie l’assunzione di bambinaie e collaboratrici familiari, soprattutto per permettere alle donne italiane – tradizionali artefici di tali cure – di entrare a far parte della forza lavoro (Kofman, 2003). È l’aumento della quota di lavoratrici tra le donne italiane a far crescere gran parte della domanda di servizi di cura affidati alle donne immigrate. La partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro quindi da una parte crea la domanda di lavoro delle donne straniere e dall’altra, in assenza di un sistema adeguato di welfare, ne è anche fortemente dipendente.
Molte delle collaboratrici familiari e badanti, che lasciano le loro case e il loro paese per occuparsi di “bisognosi” italiani, hanno a loro volta, nelle loro famiglie, bambini e anziani. Spesso queste responsabilità sono affidate ad altre parenti, magari più anziane oppure addirittura anche a collaboratrici a più basso costo nei paesi d’origine. Si crea così una sorta di “catena globale dell’assistenza”, dove le donne immigrate sostituiscono e rispondono alle necessità di cura del nostro paese e creano, a loro volta, un vuoto di cura nel paese d’origine. Lo stesso avviene nel caso delle immigrate qualificate come infermiere, delle quali c’è molta domanda in tutta Europa, ma che sono veri e propri cervelli in fuga dai paesi d’ origine.
Il lavoro di cura e domestico in Italia porta benefici considerevoli a molte immigrate e alle loro famiglie in termini di salari relativamente alti che vengono inviati nelle tipiche “rimesse” ai familiari rimasti a casa, ma porta anche a dolorose separazioni, spesso dal coniuge e dai figli. Le madri migranti sono protagoniste della cosiddetta “maternità transnazionale” (Caritas/Migrantes 2007), lontane dai propri figli per mantenerli e offrire loro maggiori possibilità economiche e di istruzione.
Le donne che si occupano di attività domestiche e di cura sono nel 60% dei casi coniugate e con figli a carico. Cambiano anche le nazionalità di provenienza e divengono e sempre più frequenti quelle dall’area dell’ex-Unione Sovietica. Le “pioniere” filippine, che fino qualche anno fa erano stimate essere almeno un terzo del totale delle straniere occupate in servizi di cura, dagli ultimi dati raggiungerebbero appena un decimo (Caritas/Migrantes 2007).

Debolezza sociale e sottoccupazione
Il tasso di attività delle donne straniere è piuttosto alto, oltre il 60%, e gli alti tassi di disoccupazione mostrano una domanda forte di lavoro (regolare).
Se il settore della cura e delle attività domestiche offre facili opportunità di impiego per le straniere, spesso (ed è difficile quantificare) i contratti di lavoro non sono regolari, e le lavoratrici straniere, quindi, poco tutelate. La precarietà lavorativa, per queste donne, diviene facilmente precarietà esistenziale. Le stime della Caritas (2007) sono allarmanti: un terzo delle domestiche vivrebbe presso i datori di lavoro con ritmi e tempi di lavoro eccessivi per qualsiasi contratto regolare. Una su cinque non avrebbe neanche un giorno libero a settimana. Molte donne straniere sono, quindi, isolate non solo dalla famiglia, ma anche dagli amici e dalla comunità di immigrati. Esiste un vero e proprio fenomeno di sfruttamento domestico: il fatto che il lavoro si svolga nella sfera privata rende queste lavoratrici particolarmente vulnerabili e dipendenti dal datore di lavoro; i contratti “in nero” le lasciano spesso senza documenti e fuori dalla protezione del lavoro e dalla possibilità di ricorrere alla legge in caso di abusi.
Inoltre, molte di queste donne straniere che si occupano di bambini e anziani italiani o dell’igiene della casa, sono iper- qualificate e iper-istruite per le mansioni che svolgono, e quindi sotto-inquadrate professionalmente. Esiste una forte ghettizzazione di genere e di etnia verso il lavoro domestico e di cura professionale, che riduce non solo le possibilità di integrazione delle donne immigrate, ma soprattutto la loro possibilità di mobilità sociale (Caritas/Migrantes, 2007).

Fuori dalla “trappola della dipendenza”
Nonostante tutti i problemi sopraelencati, sono le straniere che lavorano sono quelle che, in media, meglio si integrano nel nostro paese. Il capitale umano individuale legato all’istruzione risulta essenziale nel processo di integrazione, ma sono soprattutto l’attività lavorativa e l’autonomia economica che creano le condizioni per il cosiddetto “empowerment” delle donne immigrate. L’immigrazione e l’attività lavorativa femminile divengono spesso le chiavi di volta dell’autonomia di queste donne, che a loro volta promuovono l’”eguaglianza” di genere – attraverso i frequenti contatti che di solito mantengono con le famiglie d’origine – anche nei paesi di origine. Eppure, per altre donne, quelle che non lavorano, che immigrano per ricongiungimento familiare, e che svolgono nel nostro paese solo il ruolo di moglie e madre, proprio la migrazione, e il conseguente sradicamento dalla famiglia e dalla comunità di origine, può costituire un ulteriore aggravamento di disparità, dando luogo a una vera e propria “trappola della dipendenza” dal marito. Se allo stare a casa si aggiunge, come spesso accade, una bassa scolarizzazione, queste donne avranno anche scarse occasioni per imparare la lingua italiana. La loro sarà quindi una integrazione “subordinata” a quella del coniuge, quando non addirittura sottomissione al coniuge ed esclusione sociale (Caritas/Migrantes, 2007).

3. Madri
Più figli e prima delle italiane

Venti anni fa i bambini nati in Italia da entrambi i genitori stranieri erano solo l’1% del totale, oggi sono uno su dieci (dati ISTAT relativi al 2005), cioè oltre cinquantamila all’anno (ma in alcune zone del settentrione sono uno su cinque). Altri ventimila, all’anno, nascono da coppie miste.
Il numero medio di figli per una donna straniera è stimato, dai dati del 2005, pari a 2,4 figli. Nello stesso anno quello di un’italiana era circa la metà. La metà dello (scarso) incremento complessivo che la fecondità italiana ha registrato nell’ ultimo decennio è dovuto alle donne straniere.
Le nazionalità più diffuse fra i neonati stranieri nati in Italia sono quelle dell’Europa centro-orientale (uno su tre), dell’ Africa settentrionale (uno su quattro) e dell’Asia orientale (uno su dieci). Per queste aree di provenienza, caratterizzate nel caso delle comunità maghrebine, albanesi e anche asiatiche e africane da un elevato grado di omogamia, si tratta di donne che hanno figli prevalentemente nel nostro paese. Per altre nazionalità, meno rappresentate tra i neonati stranieri, si tratta semplicemente della “coda” della discendenza complessiva: peruviane, moldave o ucraine, infatti, vengono in Italia già coniugate e quasi sempre dopo che hanno avuto figli.
Non solo le straniere fanno il doppio dei figli delle italiane, ma in media li fanno prima delle italiane. Si veda nel grafico 3 la curva dei tassi di fecondità per età delle donne straniere confrontato con quello delle italiane: l’età al parto delle straniere è intorno ai 27 anni (mentre quella delle italiane intorno ai 32) e oltre due terzi delle nascite avvengono sotto i 30 anni di età (solo il 40% per le italiane).

Ma (probabilmente) non durerà

La nascita di figli nel nostro paese da coppie di immigrati stranieri è senz’altro un segnale di progetti insediativi di lungo periodo. Eppure, nonostante i dati attuali mostrino un contributo molto forte delle straniere alle nascite nel nostro paese (che quindi dovrebbe un poco attenuare il pesante e progressivo invecchiamento della nostra popolazione), l’opinione prevalente degli studiosi di popolazione è che si tratti di una fase transitoria, di un comportamento momentaneo che è destinato ad attenuarsi e a convergere sui livelli di fecondità, ben più bassi, delle donne autoctone.
Questa previsione è basata su quello che è successo in altri paesi di più lontana immigrazione (quali la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, la Svezia; si vedano, ad esempio gli studi, entrambi del 2004, di Toulemon e di Andersson).
In questi paesi dapprima si è evidenziata una maggiore fecondità delle immigrate rispetto alle native, poi si è osservato un progressivo convergere dei modelli di comportamento riproduttivo, più o meno rapido secondo varie condizioni, quali la distanza culturale fra immigrati e autoctoni o politiche più propense all’integrazione piuttosto che all’assimilazionismo. La forbice tra la fecondità delle straniere e quella delle italiane sarebbe quindi destinata a richiudersi. Per le straniere l’ evento della nascita di un figlio non è infatti indipendente dall’evento dell’immigrazione, ma anzi è fortemente legato al momento dell’arrivo.
L’alta fecondità attuale delle straniere immigrate in Italia sarebbe dovuta al fatto che molti ricongiungimenti familiari sono recenti. In una prima fase, infatti, le straniere, spesso separate dal proprio sposo o promesso sposo, ritardano la propria maternità, che poi espletano – spesso ad età un poco superiore rispetto alla media dei paesi di origine – appena immigrate.
Quindi sulla discendenza finale delle coppie di stranieri (che adesso si sono – quasi contemporaneamente – affrettate ad avere figli) peserebbero altri fattori, alcuni non diversi da quelli che mantengono bassa la fecondità delle italiane (quali ad esempio la scarsità di servizi all’infanzia e la difficoltà di conciliare attività lavorativa e figli).
Negli altri paesi Europei si vede che il picco di fecondità, per le donne straniere che immigrano dopo i venticinque anni, si ha entro i primissimi anni successivi all’arrivo, mentre per le giovani che immigrano in età adolescenziale i livelli di fecondità sarebbero nel tempo più stabili e simili a quelli delle coetanee autoctone.

immigrate4Figura 4: Tassi di fecondità specifici (per 1000 donne) per età e cittadinanza (2005; ISTAT 2007)

4. A rischio
Le ombre sulla condizione delle donne straniere immigrate in Italia sono molte e molto pesanti. Prima fra tutte quella della prostituzione che, sebbene di difficile quantificazione statistica, assume proporzioni non trascurabili anche nel nostro paese, segue i cambiamenti dei flussi migratori (con il calo relativo della presenza delle albanesi e delle africane a favore delle ragazze dell’Est europeo) e riguarda spesso anche ragazze minorenni.
Non meno meritevole di attenzione e di provvedimenti ad hoc è il settore della salute riproduttiva delle donne immigrate in Italia. Anche su questo tema i dati sono frammentari, affidati ad indagini o ai certificati di assistenza al parto che non hanno una copertura rappresentativa in tutte le regioni. Il quadro che emerge per le donne straniere in Italia (Istat 2007; Donati e Spinelli 2007; Molina e Simone 2007) è quello di una scarsa conoscenza della salute riproduttiva e della contraccezione, di un insufficiente o ritardato ricorso all’assistenza durante e dopo la gravidanza e di un preoccupante ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. I vari aspetti sono ovviamente correlati fra loro, tanto che la metà di donne straniere dichiara di essere rimasta incinta nonostante l’uso – quindi errato – di metodi contraccettivi sicuri (Donati e Spinelli, 2007). Dagli ultimi dati, poco meno di un terzo di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza praticate in Italia è relativo a donne straniere. Le donne straniere sono una popolazione molto esposta al rischio di IVG: nel 2004 (Istat 2007) le straniere hanno avuto un’abortività oltre quattro volte superiore a quelle italiane, e di quasi cinque volte se si considerano le giovani dai 18 ai 24 anni (si veda il grafico 5). Il tasso di abortività volontaria è risultato quasi del 30 per mille per le donne straniere, contro il 7,7 delle italiane.
Non solo, ma mentre in media le italiane che hanno praticato un aborto non ripetono l’esperienza nel corso della propria vita, la media per le straniere è oltre di una volta e mezzo e sale oltre a due volte per le nigeriane.
I comportamenti registrati sono inoltre molto differenti per nazionalità e vanno da valori minimi per le maghrebine a valori massimi per le africane di origine sub-sahariana (Molina e Simone 2007).
Le barriere che ostacolano l’accesso ai servizi sanitari e la loro piena fruizione da parte delle migranti sono quelle consuete, legate all’integrazione sociale e linguistica e dell’empowerment delle donne. Promuovere tra le donne immigrate la responsabilità della propria salute, intesa anche come salute riproduttiva, avrebbe ricadute positive anche per la salute dei bambini, in virtù del ruolo di cura svolto dalle donne.
Migliorare le condizioni di vita e di salute delle immigrate è quindi una tappa fondamentale nel processo di integrazione e per il benessere delle famiglie immigrate.

immigrate5Figura 5: Interruzioni volontarie della gravidanza per cittadinanza e classe di età, tassi per 1.000 donne (2004; elabor4azione da dati ISTAT 2007)

RIFERIMENTI
Andersson, G. (2004) Childbearing after migration: Fertility patterns of foreign-born women in Sweden. “International Migration Review” 38(2): 747-775.
Caritas/Migrantes (2007) Immigrazione. Dossier Statistico 2007, Idos, Roma.
Donati S., Spinelli A. (2007), La salute sessuale e riproduttiva delle donne immigrate in Italia, Gyneco Aogoi, 2, pp.9-10.
GCD-SIS (2007) Rapporto sulla popolazione. L’Italia all’inizio del XXI secolo, Il Mulino, Bologna.
ISTAT (2007) Rapporto annuale 2006.
Kofman E. (2003), Women migrants and refugees in the European Union, contributo presentato alla conferenza EU-OECD, Bruxelles, 21-22 gennaio 2003.
Molina S., Simone M. (2007), “Far figli da stranieri: una stima della fecondità delle immigrate a Torino e in Piemonte a partire dalla fonte CeDAP”, mimeo.
Toulemon L. (2004), La fécondité des immigrées: nouvelles données, nouvelle approche, in “Population et sociétés”, N°400, avril 2004, INED, Paris, France.
UNFPA (2006) Lo stato della popolazione nel mondo 2006. In movimento verso il futuro: donne e migrazione internazionale, edizione italiana a cura di AIDOS, Roma.

(Golem L’indispensabile, 06 /03/2008)

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