Conversazione a tutto tondo con Chiara Saraceno sull’impatto di genere degli attuali sistemi di welfare nel nostro Paese. Professoressa ordinaria di Sociologia delle Famiglia alla Facoltà di Scienze Politiche di Torino, da sempre impegnata sui temi della famiglia, delle disuguaglianze di genere, dei sistemi di welfare e della lotta alla povertà, Saraceno è al momento professoressa di ricerca presso il Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino.
Secondo alcune analisi condotte dal Centro Studi INPS negli anni dal 1958 (fine del boom economico) al 2008 in Italia 1 milione di lavoratrici è uscito dal mercato del lavoro. Anche con l’attuale crisi economica, il lavoro femminile nel nostro Paese è a maggiore rischio di espulsione. L’accesso delle donne al mercato del lavoro avviene ancora in condizioni fortemente segreganti, nonostante livelli di istruzione mediamente più elevati. Quali possono essere i motivi di un simile comportamento antieconomico ?
Non è vero negli ultimi anni le donne hanno perso posizioni nel mercato del lavoro. In realtà, negli ultimi 15 anni, l’occupazione femminile è aumentata determinando anche un aumento complessivo del volume di forza lavoro. Tant’è che l’aumento dell’occupazione che si è registrato in questi 15 anni è legato all’aumento dell’occupazione femminile. Questo non vuol dire che non ci siano anche degli svantaggi – perché bisogna andare a verificare quali sono le condizioni di accesso al mercato del lavoro, con che forma di contratto, con quali mansioni si viene assunte – ma bisogna essere precisi nelle analisi. Rispetto al dato che lei ha citato incidono anche le lavoratrici che sono andate in pensione.
Va detto che l’immissione di lavoratrici nel mercato del lavoro è notevolmente rallentata negli ultimi 3 anni, soprattutto nel Mezzogiorno dove stiamo tornando a rivedere una forte crescita del numero delle inattive, ossia delle donne che smettono di cercare lavoro a causa dell’effetto scoraggiamento. C’è stato un momento in cui anche nel Sud del Paese le donne hanno aumentato i tassi di attività, anche se restavano disoccupate, perché la domanda di lavoro era limitata rispetto alla offerta. Al punto che alcuni studiosi avevano segnalato il rischio di un vero e proprio disastro antropologico, perché erano mutate profondamente le aspettative, ma non la possibilità di realizzarle. Ma negli ultimi anni questo scarto si sta trasformando di nuovo in scoraggiamento e inattività, specie tra le donne a bassa istruzione e tra quelle che sono disposte a lavorare solo a determinate condizioni, stante il loro carico famigliare. Per questo, tra l’altro, siamo di fronte al paradosso che nel Mezzogiorno diminuisce la disoccupazione senza che sia aumentata l’occupazione. Quella che è aumentata è appunto l’inattività. Mentre nel Nord anche le donne a basso livello di istruzione si presentano nel mercato del lavoro, nel Sud sono soprattutto queste donne che non si presentano.
Per questo motivo, nel caso delle donne, l’indicatore della disoccupazione non è esaustivo, perché smettendo di cercare il lavoro queste persone non figurano più tra le disoccupate. Questa forte riduzione della partecipazione al lavoro delle donne meridionali si è accentuato. Il punto è che in Italia, più che altrove, valgono le differenze territoriali e di istruzione. Ovvero esiste un enorme divario – nei tassi di attività e di occupazione e nella possibilità di permanere nel mercato del lavoro anche quando ci si sposa e si fanno figli – tra donne ad alta e bassa istruzione e tra donne che vivono nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno.
I tassi di occupazione al Nord sono molto simili a quelli della Europa continentale. E se nel Nord le difficoltà a stare nel mercato del lavoro sono prevalentemente dovute alle difficoltà di conciliazione, nel Mezzogiorno sono prevalentemente dovute alla carenza di domanda di lavoro.
Secondo alcuni osservatori in Inghilterra l’attuale crisi economica sta determinato una maggiore espulsione dal mercato del lavoro dei lavoratori uomini perché – rivestendo ruoli manageriali – percepiscono retribuzioni più elevate. Si sta verificando un cambiamento dal modello sociale dal male breadwinner al female breadwinner. Da noi la storia si ripete, mentre altrove le dinamiche economiche e i modelli sociali possono anche cambiare ? In realtà il fenomeno non è nuovo. Anche nella crisi del ’29 era successo in USA che venivano licenziati uomini e assunte le donne, perché costavano meno e, prima ancora, nella seconda metà dell’Ottocento, già Engels aveva osservato lo stesso fenomeno nella classe operaia in Inghilterra. Ma quando poi l’economia ha ripreso si è tornati ai ruoli tradizionali, così come anche nel dopoguerra.
C’è da dire che quando questo accade non è indicativo di un grande successo, proprio perché indica che il lavoro femminile è pagato meno. E non è che manager uomini sono sostituiti da manager donne. A fronte di licenziamenti di manager, magari ci sono – in altre aziende – assunzioni in call centers, o nei servizi di pulizie. Inoltre bisogna fare attenzione a un dato ulteriore: in genere si passa dal male breadwinner al female breadwinner quando le cose vanno male, e non in caso contrario.
Il female breadwinner c’è nel caso di una ragazza madre, oppure perché il padre ha perso il lavoro. Il modello ottimale, in realtà, è quello in cui entrambi possono essere breadwinner ed entrambi si dividano il lavoro di cura.
E’ vero che la crisi può rimescolare le opportunità, più o meno temporaneamente. Ma il suo esempio mostra che le rimescola al basso (a parte il fatto che non tutti gli uomini ricoprono ruoli manageriali).
Più che altro la crisi persuaderà forse un numero crescente di donne che è bene che stiano nel mercato del lavoro, senza delegare i compiti di procacciamento di reddito ai mariti. Perché anche i mariti possono perdere il lavoro; oltre al fatto che anche i matrimoni possono finire. Quindi incoraggerà ulteriormente il modello dual earner.
Inoltre in Italia, ma anche nel Regno Unito, le donne sono particolarmente vulnerabili perché sono più concentrate nei contratti di lavoro atipici, che non richiedono neppure un atto di licenziamento. Basta non rinnovarli.
La Camera e il Senato hanno bocciato la mozione sull’assegno unico di disoccupazione, che avrebbe esteso le tutele degli ammortizzatori sociali anche ai contratti di lavoro precari che ne sono ancora sprovvisti. E’ stata accolta la tesi del Ministro del Lavoro secondo il quale strumenti di questo tipo costituirebbero un incentivo a licenziare per le imprese. Considerato che l’occupazione femminile si concentra proprio nelle forme di contratti precari, se ne deduce che gli attuali sistemi di ammortizzazione sociale non sono del tutto neutri da punto di vista dell’impatto di genere. Quale è la sua valutazione ? La proposta di una indennità di disoccupazione unica, superando un sistema di protezione frammentato e con molti buchi, era già stata avanzata dalla Commissione Onofri, istituita nel 1997, e più di recente anche dalla Commissione di indagine sul lavoro, istituita presso il CNEL dal precedente governo e dalla presidenza della Camera e del Senato, che ha chiuso i suoi lavori un mese fa. E’ vero che sarebbe un sistema più equo, quindi più equo anche per le donne, stante la concentrazione di queste ultime nei rapporti atipici non protetti.
Il governo tuttavia ha preferito ricorrere allo strumento dell’accordo con le regioni per gestire la cassa integrazione in deroga. Non è solo una questione di soldi.
Già nell’attuale sistema la cassa integrazione dipende da una molteplicità di fattori: l’ampiezza delle aziende, la forza negoziale dei sindacati. Adesso si sono aggiunti anche i poteri politici e sindacali a livello locale: sono loro che decidono cosa è importante o meno. Infatti lo strumento della deroga, ovvero dell’allargamento discrezionale di istituti già esistenti, lascia ampio spazio alla negoziazione, alla discrezionalità appunto, quindi alla creazione di clientele e di debiti / crediti politici.
Per questo è piaciuto anche ai presidenti di regione e anche a gran parte dei sindacati. Tutti hanno una propria base verso cui far valere il proprio potere negoziale.
Inoltre nella cassa integrazione in deroga è prevista una forma di indennità di disoccupazione per i co.co.pro solo per coloro che hanno un unico rapporto di lavoro. E cosa accade a chi si arrangia avendo 3 contratti di co.co.pro e li perde tutti e 3 ? Sarebbero esclusi.
Ciò detto, è vero che può esserci il rischio che le aziende utilizzino l’esistenza di una indennità di disoccupazione universale per licenziare subito, invece di verificare se si tratti di una crisi temporanea e senza investire nel ricollocamento dei lavoratori. Ma qui davvero c’è spazio per il ruolo del sindacato, nella sua funzione di controllo e di negoziazione perché vengano utilizzati gli strumenti più appropriati (ad esempio la cassa integrazione ordinaria). Tra l’altro, l’evocazione di questo rischio c’è stata anche quando si è proposto di introdurre un reddito minimo di inserimento per i poveri (altro ammortizzatore che manca nel nostro paese). E’ un timore che la dice lunga su come si percepisce la classe imprenditoriale nel nostro paese: priva di alcuna responsabilità. Ma è su questo che occorre eventualmente far leva, anche introducendo meccanismi di disincentivo, che frenano un uso troppo disinvolto dei licenziamenti.
Negli ultimi mesi il governo ha fatto ampiamente ricorso alla decretazione d’urgenza, mentre per attuare le misure in materia di indennità di disoccupazione ricorre ad un accordo con le regioni. Quali sono le possibili conseguenze di questa scelta ?
Che non ci saranno dei criteri generali, univoci, chiari e trasparenti per stabilire le priorità ed è francamente scandaloso che i sindacati abbiano accettato questa impostazione. Inoltre il nostro sistema ha una miriade di microimprese con 1 o 2 dipendenti che saranno escluse da questi benefici.
A suo avviso c’è un impatto di genere sfavorevole per le donne anche con riferimento alle misure varate dal governo per le aziende in crisi ? Ad esempio per il comparto automobilistico sono stati previsti degli aiuti che non sono stati estesi al settore del tessile – a prevalente occupazione femminile – che per anni è stato unanimemente ritenuto come uno dei maggiori elementi di traino dell’economia italiana e del made in italy nel mondo.
Non vi è dubbio. Il comparto tessile – anche perché fortemente femminilizzato – ha meno visibilità di quello metalmeccanico e in particolare di quello automobilistico. Quindi la crisi che colpisce questi ultimi due viene vissuta con maggiore drammaticità. Tuttavia deve essere considerato che questa maggiore drammaticità può essere sostenuta, almeno in parte, anche dai numeri, ossia è legata al fatto che è più ampia la platea dei lavoratori che sono potenzialmente a rischio, anche tenendo conto di tutto l’indotto che è legato al settore automobilistico. Inoltre bisogna considerare che anche il comparto metalmeccanico vede una larga presenza di donne lavoratrici, anche se nell’immaginario collettivo, è visto ancora come il lavoro degli uomini e dei capo-famiglia, anche se questa figura ormai non esiste più.
Tutte le statistiche confermano che le lavoratrici italiane sono tra le più discriminate d’Europa: bassi livelli di occupazione e forti divari retributivi di genere. Questo stato di cose dipende anche dall’assetto produttivo del nostro Paese ? In Italia le grandi aziende non ci sono quasi più e modificare un modello di cultura aziendale in un tessuto produttivo fatto da PMI non è facile. Cosa ne pensa ? Non è del tutto vero che le lavoratrici italiane sono più discriminate. Ad esempio, c’è meno segregazione orizzontale che in Svezia e, in media, i divari retributivi sono più contenuti che in altri paesi. Ma quest’ultimo fenomeno è dovuto a due motivi: la forte concentrazione di donne nella pubblica amministrazione, dove i livelli retributivi e le progressioni di carriera sono determinate prevalentemente dalla anzianità, e la forte concentrazione delle occupate tra le più istruite, quindi nei livelli impiegatizi, mentre gli uomini sono diffusi in tutti i settori e livelli, quindi anche quelli a bassa qualifica e remunerazione, perciò il confronto tra retribuzioni non è fatto su una popolazione omogenea per caratteristiche.
Se si va a guardare settore per settore e mansione per mansione emergono divari salariali simili a quelli di altri paesi. Il vero problema italiano riguarda la partecipazione più contenuta (ma nelle giovani generazioni è meno vero), i divari regionali, il fatto che le donne hanno carriere più lente. In Italia il divario salariale è maggiore nel settore privato e soprattutto nella fascia alta, il che significa che tende ad aumentare con la progressione della carriera. Questo accade perché nel privato il salario è più negoziato dal livello di quadro in su e, quindi, le donne guadagnano di meno.
Le caratteristiche della cultura imprenditoriale italiana sono particolarmente penalizzanti per le donne per quanto riguarda l’accesso alle posizioni medio-alte, in ragione di culture aziendali conservatrici e maschiliste.
L’impresa famigliare o il mettersi in proprio spesso costituisce l’unico sbocco per donne qualificate che non potrebbero fare carriera altrimenti.
Come valuta la condizione economico-sociale delle donne italiane rispetto ai nostri competitors europei ? Ci sono delle politiche o delle azioni a sostegno dell’occupazione femminile, varate dagli altri Paesi che, invece, sono mancate in Italia ? L’Italia ha avuto a lungo, tra i paesi dell’Europa continentale e meridionale, uno dei più generosi sistemi di protezione di maternità per le lavoratrici dipendenti, ed anche una buona copertura di scuole per l’infanzia. Tuttavia, negli ultimi anni, paesi come la Germania (occidentale) o anche l’Olanda che erano molto più orientati a sostenere il modello di famiglia male breadwinner hanno profondamente modificato le proprie politiche, superando per certi aspetti l’Italia dove, al contrario, dopo il 2000 le cose si sono fermate e quasi arretrate.
Ad esempio in Germania l’indennità per il congedo genitoriale dal 2007 è stata portata al 67% dello stipendio, consentendo così alle madri di stare fino a un anno a casa senza perderci troppo economicamente e incoraggiando i padri a usufruirne almeno in parte, dato che è appunto ben compensato. I primi dati dicono che è stato un successo, anche se i padri sono ben lontani dal prenderne una quota vicina alla metà. Sempre in Germania nel giugno 2008 hanno introdotto sei mesi di congedo (non retribuito) per chi si prende cura di una persona non autosufficiente. Inoltre l’aumento dei posti nei nidi è all’ordine del giorno nell’agenda politica. Anche se non va dimenticato che in questo paese la frequenza al nido e alla scuola d’infanzia è spesso solo part time.
Ancora di più lo è in Olanda, che ha una copertura dei nidi più alta – ma ancora lontana dall’obiettivo di Barcellona – di quella italiana, ma spesso part time o per qualche giorno alla settimana. Ciò corrisponde anche al modello di partecipazione femminile al mercato del lavoro in Olanda, prevalentemente part time (ancor di più che in Germania) e, molto spesso, di tipo verticale. E’ raro che i bambini in Olanda vengano mandati al nido 5 giorni alla settimana a tempo pieno, perché le donne, avendo un part time verticale, ricorrono all’asilo nido 3 o 4 giorni alla settimana. Il che è un buon modo di conciliare occupazione e cura, ma con tutti i rischi a carico delle donne se qualche cosa succede al loro matrimonio. In Olanda poi stanno sperimentando molto con i “time accounts”, ovvero con politiche del tempo di lavoro nel corso della vita che dovrebbero consentire una flessibilità alle persone.
La sperimentazione è molto interessante e si accompagna all’idea di flexisecurity. Le valutazioni sono controverse e diverse analiste indicano che potrebbero costituire un’altra forma di disuguaglianza di genere, nella misura in cui le donne userebbero i time accounts per far fronte ai bisogni di cura, mentre gli uomini li userebbero per far migliorare la propria formazione, riorientare il proprio profilo professionale, o prendersi una vacanza. L’aspetto più interessante, dal punto di vista della conciliazione, del modello francese è quello della ricca articolazione delle forme di cura per l’infanzia che sono offerte.
La situazione spagnola, molto interessante sul piano della visibilità che ha ora la parità nella agenda politica, oltre che per l’attenzione in generale alla questione della laicità e dei diritti civili, sul piano delle condizioni pratiche delle donne e delle politiche sociali non è affatto meglio di quella italiana, al contrario.
Il confronto sarebbe molto più sfavorevole, per l’Italia, se si effettuasse un confronto con la Francia (meno generosa sul piano dei congedi, ma con una offerta di servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza più generosa) e soprattutto con i paesi scandinavi. Rispetto a questi ultimi occorre tuttavia considerare che si tratta di paesi che non solo hanno una concezione dei diritti individuali e delle pari opportunità (tra donne e uomini, tra gruppi sociali, tra bambini) più sviluppata della nostra. Sono anche molto più piccoli e culturalmente più omogenei. E’ quindi più semplice acquisire consenso per politiche universalistiche e di forte investimento pubblico, quindi relativamente costose.
Professoressa Saraceno, gli ultimi mesi hanno visto: tagli al sistema di welfare (si pensi anche al duplice effetto dei tagli della scuola: da un lato le insegnanti precarie che perdono il lavoro e, dall’altro, l’impatto sfavorevole della riduzione delle ore di lezione a danno delle lavoratrici madri), espulsione delle donne dal mercato del lavoro e, contemporaneamente, la proposta di innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego. C’è una correlazione tra questi elementi ? Quale è lo scenario che si va delineando ?
Non credo che ci sia un nesso sistematico e intenzionale. E’ vero tuttavia che, al di là dei proclami sul sostegno alla famiglia e alle donne le mosse del governo – ma anche quelli precedenti avevano fatto poco, dopo la legge sui congedi del 2000 – sono singolarmente contraddittorie quando non francamente nemiche. Non mi riferisco qui alla questione dell’età alla pensione, ma, ad esempio, all’intervento sugli orari della scuola elementare, che riduce le possibilità di tempo pieno e lungo, soprattutto al Sud, con gli effetti anche sul piano dell’occupazione da lei segnalati.
Ma qui c’è anche una responsabilità dei sindacati della scuola, oltre che delle associazioni cattoliche, che a suo tempo impedirono la messa a regime del tempo pieno come modello normale di scuola. Esso fu ostacolato dalle associazioni cattoliche che denunciavano una “espropriazione della famiglia” mentre, in realtà, difendevano le scuole cattoliche che quel tempo pieno offrivano. Ed i sindacati della scuola erano più interessati a garantire l’occupazione in un periodo di forte diminuzione demografica. Perciò, a fronte delle resistenze al tempo pieno, si batterono a favore del cosiddetto tempo lungo, con i vari moduli e l’introduzione di materie per le quali non sempre vi era adeguata preparazione (penso alle lingue).
Al di là di esperienze ottime, si è trattato di un modello organizzativo spesso faticoso per le famiglie (“i famigerati “ritorni” pomeridiani) senza essere sempre inserito in un chiaro contesto pedagogico unitario. So che questa mia affermazione dispiacerà ai sindacati della scuola, ma devo confermare che il tempo lungo a suo tempo fu introdotto per motivi di politica occupazionale, non per rispondere ad un modello pedagogico. Per questo è stato così facile attaccarlo ora. Non a caso nelle grandi città del centro-Nord, dove molti bambini hanno entrambi i genitori occupati, il modello prevalente è stato il tempo pieno, più coerente ed anche più gestibile dalle.
Quanto all’innalzamento dell’età alla pensione ho più volte espresso il mio parere. Non sono d’accordo né con chi dice che non si deve fare né con chi dice che si deve fare per fare cassa e senza contropartite.
Se la questione è riconoscere il lavoro di cura, riconosciamolo, con contributi figurativi e congedi ben pagati, a chi lo fa quando ne ha bisogno, non “regalando” cinque anni di pensione a tutte le donne (purché lavoratrici per altro) indipendentemente dal fatto che abbiano avuto o no figli e abbiano accudito o no persone non autosufficienti. E naturalmente facciamo i servizi che mancano.
a cura di Lisa Castaldo (Womeninthecity, 20/03/09)
Filed under: Attualità e Politica, Economia Messo il tag: | occupazione, politiche di genere, welfare
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