DIPENDE DA NOI. Dissociarsi per riconciliarci

APPELLO DI GUSTAVO ZAGREBELSKY A NOME DI LIBERTA’ E GIUSTIZIA

Nell’anno in corso, Libertà e Giustizia festeggerà i suoi dieci anni di vita. Faremo il bilancio del passato. Ma ora è urgente progettare l’avvenire e chiarire i nostri compiti, in continuità con l’impostazione originaria dell’Associazione. Si annunciano tempi nuovi e incerti per il nostro Paese. Speranza e preoccupazione s’intrecciano. Il nostro compito è capire le ragioni dell’una e dell’altra e agire di conseguenza, sapendo che la posta in gioco è alta.
1. Il “governo tecnico” è un segno dei tempi: tempi di debolezza della politica e d’inettitudine dei partiti politici. Tra di loro si deve distinguere ma certo, nell’insieme, in Italia il sistema politico e la sua “classe dirigente” hanno fallito, arretrando di fronte alle loro responsabilità. Il governo che oggi abbiamo è frutto dell’iniziativa del Presidente della Repubblica che ha esercitato una difficile supplenza in stato di necessità. LeG ha salutato con sollievo la svolta, anche perché non si dimentica il timore che le forzature costituzionali accumulate negli anni potessero, nel momento decisivo, fare massa e indurre qualcuno a tentare una forzatura finale.

2. Nello stallo della politica, l’ascesa della tecnica al governo è apparsa l’unica alternativa al disastro finanziario, economico e sociale. La dobbiamo accettare come pharmakon. Ma la medicina che guarisce può diventare il veleno che uccide. Dobbiamo sapere che un governo può essere tecnico nelle premesse, ma non nelle conseguenze delle sue azioni. Il nostro è tecnico-esecutivo per le decisioni rese necessarie dal malgoverno del passato e dalla pressione di eventi maturati altrove, in sedi democraticamente incontrollabili, ma è altamente politico per l’incidenza delle sue misure sulla vita dei cittadini. Dire “tecnico”, significa privare la politica della libertà. LeG, che ha in passato denunciato i pericoli del populismo, cioè della neutralizzazione e dell’occultamento della politica dietro pratiche di seduzione demagogica, non può ignorare che la tecnica esercita anch’essa una forza ideologica che può diventare anti-politica. Allora, quello che inizialmente è farmaco diventa veleno: senza politica, non ci può essere libertà e democrazia; senza democrazia, alla fine ci aspettano soluzioni basate non sul libero consenso ma sull’imposizione.

3. Che si tratti di medicina o di veleno, non sappiamo. Sappiamo invece che dipende da noi. LeG, associazione di cultura politica, ha sempre operato per la difesa della dignità della politica e, proprio per questo, ha denunciato i casi di svilimento, di corruzione e di asservimento a interessi privati, di chiusura corporativa e autodifesa di casta. Oggi, quando la distanza tra i cittadini e i partiti non è mai stata così grande, proprio oggi è urgente un’opera di riconciliazione nazionale con la politica. Forse, il maggiore tradimento perpetrato dalla nostra “classe dirigente” nei confronti della democrazia, è consistito nell’aver reso la politica un’attività non solo non attrattiva ma addirittura repulsiva e di aver respinto nell’apatia soprattutto le generazioni più giovani, proprio quelle dove si trova la riserva potenziale di moralità e impegno politico di cui il nostro stanco Paese ha bisogno.

4. Siamo persuasi che la rifondazione della politica debba partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione che, tra tutte le cause, è quella che più ha contribuito a imbrattarne la figura. Ormai, non si fanno più differenze, in una generale chiamata in correità. Gli scandali e le ruberie in un partito si riverberano in colpe di tutti i partiti. La percezione è che nel tempo si sia creato un sistema di connivenze e omertà, rotto occasionalmente solo dall’esterno, dalle inchieste giudiziarie o giornalistiche (da qui, la diffusa insofferenza per l’indipendenza della giustizia e dell’informazione). Questo sistema, prima che con le riforme legislative, può essere incrinato solo dall’interno. La connivenza può rompersi solo con la dissociazione e la denuncia. Le tante persone che, nei partiti e nella pubblica amministrazione avvertono la nobiltà della loro attività, escano allo scoperto, ripuliscano le loro stanze, si rifiutino di avallare, anche solo col silenzio, il degrado della politica. Acquisterebbero meriti e ne sarebbero ricompensati. LeG è convinta che questa sia la premessa e la condizione d’ogni riforma credibile della politica e della grande riconciliazione di cui abbiamo parlato. La legge sui partiti è una necessità di cui si parla da troppo tempo. Oggi, gli scandali quotidiani, l’hanno resa urgente. “Subito la legge ecc.”, si è detto. Ma possiamo crederci, se prima non cambiano coloro che la legge dovrebbero farla?

5. L’anno che ci separa dalle elezioni si annuncia ricco di propositi riformatori delle istituzioni. Non è una novità, ma l’auto-riforma si è dimostrata finora un’auto-illusione. Può essere che sia la volta buona per contrastare la caduta di consenso ed evitare lo “sciopero elettorale” che da diverse parti si minaccia. Ma si vorrebbe sapere con chiarezza che cosa ci viene promesso. Chiusura o apertura? L’alternativa è nelle cose, anzi nelle azioni. Non si può nasconderla con le parole. LeG ritiene di rappresentare un’elementare esigenza democratica, chiedendo di conoscere, in pubblico dibattito, se i contatti e gli accordi preliminari che si vanno stringendo tra partiti mirano a corazzare il sistema politico esistente, chiudendolo su se stesso, oppure se finalmente si avverte l’esigenza di aprirlo alle istanze diffuse dei cittadini, d’ogni ceto e d’ogni orientamento politico; se la “società politica” ritiene di fare a meno della tanto disprezzata “società civile”, oppure se ritiene di dover mettersi in discussione; se pensa che sia legittima la sua pretesa di difendersi dai controlli, oppure se sia disposta alla trasparenza e alla responsabilità; se il governo sia un problema di mera efficienza decisionale, oppure se la questione sia come, che cosa decidere e con quale consenso; se si vuole una democrazia decidente a scapito d’una democrazia partecipativa. Sono tante le domande che, finora, restano senza risposta.

6. Sulla riforma della legge elettorale: quale che sia il meccanismo prescelto, esso non deve essere pensato come strumento dei maggiori partiti e della loro dirigenza per “dividersi le spoglie”. Se c’è una legge nell’interesse primario dei cittadini, non dei politici, questa è proprio la legge elettorale. Finora, tutte le riforme, e forse anche quella in cantiere, hanno in comune l’essere concepite nell’interesse dei partiti che la fanno. LeG chiede che si ragioni di “giustizia elettorale” e non di “interessi elettorali”: si scelga dunque una formula chiara e coerente che metta i cittadini in condizione di controllare com’è utilizzato il loro voto e di entrare in rapporto con i loro rappresentanti, senza interessate distorsioni.

7. La riforma elettorale, anzi le elezioni con la nuova legge elettorale devono precedere ogni altra riforma. Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato. In ogni caso, LeG chiede, come elementare esigenza, che le eventuali riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico.

8. LeG è un’associazione di cultura politica, ma non un’associazione politica, fiancheggiatrice di questo o quel partito. Essa si rivolge ai cittadini che vorrebbero amare la politica e, per questo, la desiderano più dignitosa e rispettata. Poiché in questo momento la società italiana è ricca di energie che chiedono rinnovamento e desiderano essere rappresentate, l’invito a tutti è a non disperdersi nella sterile protesta e a non dividersi nell’infecondo protagonismo, geloso di se stesso, ma a unire le forze perché il difficile momento che vive il nostro Paese possa essere superato nel segno della democrazia, della libertà e della giustizia.

Primi firmatari:
Sandra Bonsanti – presidente di Libertà e Giustizia

Comitato dei Garanti e Consiglio di Presidenza :
Claudio Magris, Salvatore Veca, Aldo Gandolfi, Filippo Di Robilant, Paul Ginsborg, Giunio Luzzatto, Stefano Pareglio, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini, Gennaro Sasso

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Chi ha paura del Referendum elettorale


di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 31/10/2011

IL REFERENDUM per abolire l’attuale legge elettorale incombe e incute molti timori tra i dirigenti e i parlamentari dei partiti. In modo trasversale. D’altronde, il cosiddetto Porcellum attribuisce ai gruppi dirigenti un grande potere nella scelta delle candidature. Il che significa: nella scelta degli eletti, visto che attualmente gli elettori non hanno la possibilità di votare per i candidati, ma solo per le liste e per le coalizioni.

Il che spiega la resistenza dei parlamentari nei confronti di un referendum che li costringerebbe a stabilire un rapporto con la società e il territorio, divenuto, quantomeno, accessorio. Per la stessa ragione, tuttavia, questo referendum interessa molto agli elettori. Lo dimostra, in primo luogo, il numero delle firme raccolte dai promotori: oltre 1 milione e 200 mila. Senza una adeguata visibilità sui media – semmai il contrario. E senza che i maggiori partiti mobilitassero, a questo fine, la loro organizzazione – semmai il contrario. Ma il consenso per il referendum, oggi, appare molto esteso fra i cittadini, come emerge da un sondaggio condotto da Demos alcuni giorni fa. Quasi metà degli elettori (intervistati) – per la precisione: il 46% – afferma, infatti, di essere d’accordo sull’abrogazione dell’attuale legge elettorale. Intenzionato, al tempo stesso, a votarlo. Un ulteriore 18% ne condivide l’obiettivo, ma è ancora incerto se votarlo. Nel complesso, circa i due terzi degli elettori sono d’accordo con il quesito referendario, mentre quasi la metà appare già in questa fase disposta a partecipare alla (eventuale) consultazione. Si tratta di un orientamento molto chiaro, indicativo di un sentimento ampiamente condiviso fra i cittadini. Tanto più se si tiene conto che il referendum costituisce ancora una prospettiva, un’ipotesi, per quanto sentita dagli elettori.

D’altronde, la disponibilità dei cittadini a intervenire direttamente su questioni di grande interesse pubblico è già emersa esplicitamente in occasione dei referendum dello scorso giugno. A cui ha partecipato oltre il 57% degli elettori. Sollecitati dai temi della consultazione, che riguardavano aspetti importanti relativi al “bene comune”. L’acqua, i servizi locali, la tutela dell’ambiente, il nucleare. Questa partecipazione inattesa, tuttavia, riflette anche l’insoddisfazione verso le forze politiche di governo. E non solo di governo. Ma, soprattutto, rivela una domanda di partecipazione e di impegno diretto nella vita pubblica largamente diffusa nella società. Tuttavia, il consenso verso i due referendum ha confini sociali in parte differenti. Fra coloro che affermano di aver votato al referendum sui “beni comuni” dello scorso giugno, infatti, circa il 63% sostiene che voterà anche per abrogare il Porcellum. Oltre un terzo, dunque, al proposito, esprime dubbi oppure dissenso.

Tuttavia, il 24% di coloro che avevano disertato la consultazione dello scorso giugno afferma che voterà contro l’attuale legge elettorale. Segno che, oltre alla “domanda” di partecipazione, contano le “domande” che la ispirano. Per questo motivo il profilo degli elettori si differenzia, in qualche misura, in base alle questioni e ai quesiti sollevati dai referendum. Rispetto agli elettori che avevano partecipato al referendum dello scorso giugno, quelli favorevoli al referendum elettorale appaiono, infatti, maggiormente concentrati: a) nelle classi di età centrale e matura (30-60 anni), b) tra i liberi professionisti, i dirigenti, i tecnici e i ceti medi intellettuali. Mentre, a giugno, la partecipazione maggiore (rispetto alla media) si era verificata tra i giovani e i giovanissimi e tra gli studenti. Il sostegno ai referendum elettorali, inoltre, appare maggiormente esteso a centrosinistra e a sinistra. In particolare, fra gli elettori del Movimento 5 Stelle (80%) di Sel (73%) e del Pd (64%). Mentre i referendum di giugno avevano ottenuto un consenso più trasversale.
Tuttavia, lo ripetiamo, quasi i due terzi degli elettori che hanno partecipato ai referendum sui “beni comuni” affermano che voterebbero anche contro l’attuale legge elettorale. Calcolati sull’intero corpo elettorale, questi “referendari” convinti sono circa il 36%. Oltre un terzo degli elettori. Tra di loro assumono un peso maggiore, rispetto alla media, gli elettori di sinistra e di centrosinistra. Ma sono presenti in misura significativa anche quelli di centro e di centrodestra. Li accomuna la disponibilità a impegnarsi e a mobilitarsi per “cambiare”. Non solo e non tanto una legge, per quanto importante. Ma il sistema politico e le istituzioni. Per questo si sentono molto vicini alle ragioni e alle manifestazioni degli “indignati” (70%). Mentre esprimono grande insoddisfazione nei confronti del governo, ma anche verso l’opposizione di centrosinistra (meno del 30% dei referendari la valuta positivamente). Per questo motivo sono percepiti come un pericolo dai gruppi dirigenti dei partiti principali. In primo luogo, dai leader delle forze politiche di governo. Perché i referendum hanno, spesso, costituito dei punti di svolta critici. Da ultimi: i referendum elettorali del 1991 e del 1993 hanno accelerato il crollo della Prima Repubblica e avviato il passaggio alla Seconda.

È comprensibile che questo nuovo referendum elettorale, spinto da quello dello scorso giugno, susciti grande apprensione tra chi teme una svolta definitiva. Oltre il berlusconismo. Ma anche oltre l’antiberlusconismo. Perché decreterebbe la crisi definitiva della leadership del governo di centrodestra. Ma metterebbe in discussione anche quella dell’opposizione di centrosinistra. In particolare, nel Pd, dove Pippo Civati, una settimana fa, e soprattutto Matteo Renzi, ieri, hanno apertamente contestato le “vecchie burocrazie di partito”. D’altronde, il gruppo dirigente del Pd, verso i referendum di giugno, ha espresso un sostegno tardivo. Quasi fuori tempo massimo. Mentre verso il Porcellum ha manifestato un orientamento diffidente e reticente. In contrasto con l’atteggiamento convinto dei militanti e degli elettori. Ma c’è da dubitare che il Pd possa battere Berlusconi e il centrodestra conducendo la sua lotta asserragliato nelle aule del Palazzo. Scommettendo sul passaggio da uno schieramento all’altro di parlamentari (sedicenti) “responsabili”. Piuttosto che puntare sulla “sfiducia” del Parlamento è meglio investire sulla “fiducia” nella società. E nel movimento “invisibile” che, quando ne ha l’occasione, come in questi referendum, non esita a mobilitarsi. A diventare “visibile”.

La democrazia non ha prezzi

di Stefano Rodotà
La Repubblica, 19/10/2011

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso.

E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.

Il ministro dell’Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell’attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l’obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l’incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l’articolo 17 della Costituzione.

Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.

Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall’arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all’estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d’autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.

La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

NO AL BAVAGLIO

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